Due ore a piedi, zero mappe: il giro dei vicoli di Ortigia che parte dal tempio di Apollo
Photo: Jules Verne Times Two, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons
C'è un momento, appena lasciato il ponte che collega Ortigia alla terraferma, in cui il GPS inizia a barare. La strada che sembrava dritta gira, il vicolo che sembrava un vicolo è un cortile, e il cortile è qualcuno's salotto all'aperto. Bene: da qui in poi, meglio riporre il telefono in tasca.
Quello che vi proponiamo è un giro di due ore circa, a passo lento, pensato per chi arriva in città e ha ancora l'energia di un check-in da fare, oppure per chi ha già lasciato la valigia in camera e vuole chiudere la giornata senza fretta. Si parte dal tempio di Apollo, si arriva alla punta della Madonnuzza, e in mezzo c'è tutto il resto: il resto vero, quello delle scale.
Prima tappa: il tempio di Apollo e l'inganno del lungomare
Il tempio di Apollo è uno di quei posti che si guarda per trenta secondi e basta, eppure è il punto di partenza perfetto. Da qui, invece di seguire il lungomare — che è bello, ma è la via facile — conviene infilarsi subito verso l'interno dell'isola. Via Apollodoro, poi le prime svolte: il labirinto comincia qui.
Il trucco è semplice: Ortigia si esplora a spirale, non a griglia. Ogni scalinata che scende verso il mare va presa, perché in basso c'è sempre qualcosa: una barchetta in secco, un pescatore con la canna, un cancello di ferro sbiadito che sembra uscito da un film degli anni Sessanta.
Le scale: dove la città cambia quota (e umore)
Ortigia è piatta solo in apparenza. Tra via Maestranza e il mare si nasconde un mondo di dislivelli: piccole scalinate in pietra bianca, passaggi a volta coperti, scalini consumati che a mezzogiorno scottano anche attraverso le suole. Alcune discese portano a terrazze private, altre a botteghe chiuse da decenni, altre ancora — le migliori — a spiazzi con la vista sul porto che nessuna vetrina ti concede.
Uno dei passaggi più belli si trova poco dopo via dei Mercanti: un arco basso, quasi nascosto, che sembra la porta di casa di qualcuno. Invece è pubblico, e dall'altra parte si apre un vicolo con gli svettatoi pieni di panni stesi e il profumo di qualunque cosa stia cucinando la nonna del piano di sopra. Nessuna mappa lo segnala con quel nome. Chiedete pure: "dov'è l'arco?" — qualcuno vi indicherà la strada con la mano, senza nemmeno alzare lo sguardo dal caffè.
Sosta gelo: la pausa che non si negozia
A metà percorso, una regola: ci si ferma. Non per la foto (anche se la foto viene), ma per un gelo o un caffè. Ortigia si digerisce meglio con un po' di zucchero in corpo, e i locali dei vicoli — quelli con due tavolini e un frigorifero che sembra del 1985 — sono quasi sempre i posti giusti.
Il gelo al gelsi o al pistacchio, mangiato in piedi su una scalinata con il porto davanti, vale più di qualsiasi aperitivo con vista a pagamento. E se invece siete in modalità caffè, ricordate che in Sicilia lo espresso si beve veloce, al bancone, senza pensieri: due minuti che fanno parte dell'itinerario quanto qualunque monumento.
Verso la Madonnuzza: la punteggio finale
L'ultima parte del giro è una discesa dolce verso la punta dell'isola, dove la Madonnuzza — la piccola statua della Madonna sul molo — guarda il mare aperto. È il punto in cui tutti arrivano, ma pochi ci arrivano passando dai vicoli: e questo fa tutta la differenza. Chi arriva dal lungomare vede una statua. Chi arriva dalle scale vede la conclusione di una discesa.
Da qui, il rientro è semplice: o si risale verso il duomo per il tramonto, o si riparte verso terra con la sensazione di aver visto una città dentro un'altra città. Se siete nostri ospiti, la camera è a dieci minuti: abbastanza vicino da non temere il ritorno, abbastanza lontano da sentire che avete fatto un viaggio.
Prima o dopo il check-in? Entrambe le risposte
Il bello di questo itinerario è che funziona in qualunque momento. La mattina presto, i vicoli sono vuoti e la luce è quella dei fotografi. Nel tardo pomeriggio, le scalinate verso ovest diventano dorate e le persiane iniziano ad aprirsi per l'aria di sera. Evitate solo le prime ore del pomeriggio d'estate: le scale non perdonano, e il gelo va mangiato all'ombra.
Due ore, un paio di deviazioni obbligatorie (le deviazioni sono il vero itinerario), un gelo e magari un caffè: questa è Ortigia a ritmo di pietra e sudore leggero. Nessuna mappa serve, davvero. Ma se proprio non riuscite a resistere, scaricatene una pure — e poi lasciatela nella tasca del giubbotto, dove starà molto meglio.